TRAD, GRAS OCH STENAR ­ Ajn Schvajn Draj (Silence Records 2002)

Donato Zoppo / PROGMAGAZINE

Parson Sound, Harvester, International Harvester. Questi i tre gruppi che, dal 1967 al 1972, precedettero ed accompagnarono la band svedese dei Trad, Gras och Stenar (Alberi, erba e pietre), le cui ristampe qualche anno fa andavano a ruba nel circuito underground internazionale. Una band pressoché sconosciuta qui da noi che oggi ritorna con un piccolo gioiello.

I TGS sono considerati un oggetto di culto in Svezia: i quattro “simpaticoni” sono stati pionieri in molte cose, a partire dalla “Green Wave” degli anni ’70, quando decisero di rifugiarsi in campagna, rifiutando la tecnologia, coltivando vegetali e producendo cibo macrobiotico. Si fermarono nel 1972, concedendosi il lusso ed il piacere di riapparire qualche volta dal vivo, alternando periodi di magra (due date tra ‘80 e ’81) e periodi di grande prolificità (25 date nel 2001).

La svedese Silence Records pubblica quest’anno “Ajn schvajn draj”: è il primo lp in trent’anni, la band era rimasta ferma, complice anche l’aria che tirava negli anni ’80, solo oggi scopre di essere una vera e propria cult band, seguita da un pubblico vasto, fedele e giovane.

Un lungo (80 minuti…) lp registrato in un biennio, periodo alchemico per ammissione dello stesso quartetto, il quale ha molto spesso attaccato il jack ed improvvisato, con grande passione e semplicità, senza problemi. Bo Anders Persson e Jakob Sjoholm alle chitarre, Torbjorn Abelli al basso e Thomas Mera Gartz alla batteria, tutto qui, quattro “vecchietti”, con anni ed esperienza sulle spalle ed un fuoco mai sopito dentro. Alla larga gli intenti commemorativi.

La loro musica è di quelle difficili da etichettare, potrebbe sembrare doom psichedelico ma non siamo nell’antro dei Saint Vitus; post rock ma i Sigur Ros sono lontani; acid rock ma i Grateful Dead erano più rilassati e distesi. I TGS dicono semplicemente che si tratta di heavy rock, a me sembra un art rock acidissimo e lisergico, dalla dilatazione estrema, oscuro e rarefatto.

La più bella “definizione” me la diede proprio il caro Torbjorn (di lontane origini italiane*), il quale mi raccontava di una fortunata gig notturna sulla terrazza di un edificio: “era come se una nube nera, gigantesca e fluttuante, aleggiasse su Stoccolma”. Potrei anche fermarmi qui.

L’album è davvero lungo e si sviluppa in modo molto sciolto, a partire dalla dolorosa “Everyone’s sleeping” e dalla lenta ed inesorabile “Fire out of control”: un sound minaccioso, lentamente turbolento. Come se i NeBeLNeST fossero all’improvviso invecchiati. La title-track è da ricovero psichiatrico tanta è la sua stranezza e la sua lunaticità.

Ampio spazio all’improvvisazione, pochissime le concessioni alla melodia, qualche sprazzo in “The Dove”, una improbabile versione allucinata degli U2 di metà anni ’80 e nella stessa “Lament of a simple man”. Jon Spencer e i suoi Blues Explosion suoneranno così tra quarant’anni…

Echi blues e folk ve ne sono, ma disciolti in un piacevole marasma, angosciante e tetro, sottilmente lento: i quattro sono abilissimi nel sollevare polveroni sonori caotici e tali da atterrire, spiazzando poi con momenti di poesia allo stato puro, di meditazione, di introspezione. “Treacherously icy” e “Under the cork oak” sono gli estremi opposti di quest’attitudine.

“The return of the oppressed” può ben rappresentare lo stile della band, una sorta di free rock dove tutto è lecito, dove le chitarre violentano e poi, pentite, accarezzano, dove i ritmi da solenni e sostenuti si fanno minuti, quasi timidi. Il minimalismo di Terry Riley era ben noto alla band, che non negava la sua influenza. Oggi invece sembra che i TGS siano fortemente legati al panorama post rock, sarebbe bene che i seguaci dei vari Tortoise, Mogwai etc. dessero un bell’ascolto ad Abelli e soci.

Un dovuto omaggio agli amati Fugs (“Nothing”) è un pretesto per investire l’ascoltatore con un inarrestabile e perpetuo flusso sonoro (“Ringring”), lo straziante finale di “Albatros meets lonely sailor” è vicino ai Pink Floyd ma non ne eredita certe solennità. “Exit” è l’ulteriore suggello del precedente trip, carico di una malinconia quasi estrema.

Spesso immagino la band suonare su un iceberg, sotto una tempesta di neve, in una caverna. Un rock d’ambiente insomma, grigio, tetro, adatto all’autunno avanzato. E’ forse per questo che mi sento così in sintonia con i TGS, li ascolto mentre fuori piove, da giorni, ininterrottamente. Così la loro musica, fosca ma coinvolgente, assurda eppur piacevole, spietata ma avvolgente come raramente mi era capitato di ascoltare.

E’ quasi commovente vedere i quattro signori ritratti sotto la neve, sorridenti e consapevoli che per loro trent’anni non sono mai passati.
Un gioiellino da non perdere.


*Purtroppo, mio caro Donato, un malinteso - mio nonno, Bror Olsson-Abelli, nato a Borgsjö vicino a Sundsvall nel nord della Svezia, prese il nome nel 1905


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